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paura di uccidere il proprio bambino

Paura di uccidere il proprio bambino: il doc post-partum

Diventare genitori è uno dei cambiamenti più importanti e radicali della vita di ogni persona. La coppia da diade, diventa una famiglia vera e propria che dovrà fare i conti con nuove dinamiche e nuovi equilibri che, non sempre, inizialmente, sono facili da accettare. Alla vecchia e consolidata routine di coppia, subentrano ritmi del tutto nuovi e tutto ciò è accompagnato da un mix di emozioni: gioia, paura di non essere all’altezza e talvolta nostalgia dei momenti di “quiete” e relax.

Essere genitori: esperienza travolgente

Essere e fare il genitore, pertanto è una delle esperienze più belle al mondo, ma al contempo, spesso, può essere molto stressante. La persona si assume il carico di una responsabilità importante come quella della tutela della vita del figlio e, complice i cambiamenti sopra descritti, in alcuni casi si possono verificare disturbi quali ansia, agitazione o ancora, pensieri ossessivi e incontrollabili circa la paura di fare del male o mettere in pericolo la vita del proprio bambino. In quest’ultimo caso si parla di disturbo ossessivo-compulsivo post-partum.

Paura di uccidere il proprio bambino: che cosa è il doc post-partum?

Se ancora adesso, la depressione post-partum, è un disturbo di cui si parla molto poco, ancora più “sconosciuto” è il disturbo ossessivo-compulsivo post-partum. I sintomi tipici del doc da post-partum, possono essere così sconvolgenti, che- chi ne è vittima- teme di essere giudicato “pazzo” o strano e per questo, evita di parlarne o chiedere aiuto ad uno psicoterapeuta.

Il disturbo ossessivo-compulsivo post-partum si basa sulla paura infondata e irrazionale di far del male- accidentalmente o volontariamente- al proprio bambino. Esso si manifesta con la presenza intrusiva e involontaria di pensieri e immagini violente e inquietanti (uccidere o soffocare il proprio bambino, di farlo cadere, di gettarlo dalla finestra o dalle scale ecc..) . Si tratta di un disturbo d’ansia che può colpire entrambe le figure genitoriali e può trasformarsi in un problema molto invalidante che può condurre la persona a evitare i contatti col bambino o a sviluppare tutta una serie di rituali finalizzati alla gestione dei pensieri violenti (ad esempio nascondere tutti i cuscini presenti in caso, oppure stare lontani dalle finestre quando si ha in braccio il bambino ecc..).

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Paura di uccidere il proprio bambino

Si consideri l’esempio di madre il cui bambino piange ininterrottamente per le coliche e che si sente frustrata per non essere in grado di aiutarlo, a cui parte l’immagine mentale di lei che getta- disperata- il piccolo giù per le scale. Nell’esatto momento in cui sopraggiunge tale pensiero, la madre si sentirà fortemente turbata e inizierà a porsi tutta una serie di domande che, non faranno altro che incrementare il suo livello di ansia e preoccupazione

«Perché ho fatto questo pensiero? Sul serio potrei fare del male al mio bambino? Cosa succederebbe se perdessi il controllo e buttassi veramente il mio bambino giù per le scale? Sono una cattiva madre dal momento che le mamme non hanno pensieri come i miei”

Per far fronte a tali pensieri, la madre può arrivare, come scritto poc’anzi, a evitare di prendere il bambino in braccio nelle vicinanze di scale o ancora, può richiedere la presenza di persone a cui o delegare la cura del bambino o, semplicemente, per assicurarsi che lei non perda il controllo.

Paura di uccidere il proprio bambino: la paura di incidenti imprevedibili

Un’altra forma molto frequente di doc post-partum, è la paura invadente che possa accadere qualcosa di brutto al proprio bambino. Ad esempio, un genitore potrebbe sperimentare pensieri ricorrenti o immagini intrusive del loro bambino che soffoca nella culla. In questo caso il genitore potrebbe pensare:

“E’ mia responsabilità tutelare la sicurezza di mio figlio. Dopo tutto, questo è ciò che fa un buon genitore .Se ho paura che soffochi, è importante che verifichi spesso che vada tutto bene, per assicurarmi che respiri; qualora, fossi preoccupato e non lo controllassi -e dovesse succedergli qualcosa, sarebbe tutta colpa mia.”

In risposta a questi pensieri, il genitore può impegnarsi in reiterati e sproporzionati comportamenti di controllo, per accertarsi che il bambino stia bene. Questi controlli possono essere veramente tanti, ma non serviranno mai a placare l’ansia del genitore, anzi, paradossalmente, aprirà la strada del dubbio (“avrò controllato bene?”; “Ho controllato abbastanza?”) che innescherà ulteriormente il circolo vizioso dell’ansia.

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Pensieri sessuali indesiderati

Una terza forma molto comune di doc post-partum, riguarda i pensieri di tipo sessuale nei confronti del bambino. Tali pensieri possono innescarsi nel momento del cambio pannolino o del bagnetto. I pensieri tipici possono essere: “e se avessi toccato il mio bambino in modo inappropriato? Cosa succederebbe se mi eccitassi a partire da questo?” Accanto ai penseri si possono accompagnare immagini che  vedono coinvolti i proprio figli in atti sessuali o ancora, impulsi ad agire in modo sessualmente inadeguato.

Un padre o una madre, con questo tipo di ossessioni potrebbe pensare:

“Che tipo di persona sono, se ho pensieri di questo tipo? Questo significa che sono un pedofilo? Sono malato. Non dovrei avere pensieri di questo genere. “

In risposta a questi pensieri indesiderati, il genitore potrebbe cominciare a evitare il bambino, soprattutto in quelle situazioni percepite come “pericolose”: cambio pannolini, bagnetto, coccole e abbracci ecc..)

Paura di uccidere il proprio bambino: la credenza che alimenta il problema

In tutti gli esempi citati, il padre o la madre, a partire da un pensiero o un’immagine che va a toccare la propria moralità e il senso di protezione genitoriale, si costruiscono una credenza disfunzionale: “sono un genitore degenerato e cattivo.” E proprio nel tentativo di cancellare o sedare l’ansia e l’agitazione innescata da tale pensiero, che si sviluppa un’ulteriore credenza: “per gestire questi pensieri, devo controllare il più possibile il mio comportamento.” Da qui le trappole degli evitamenti e dei rituali che finiscono col rovinare il rapporto genitore-bambino.

A causa della “gravità” dei pensieri e delle immagini di cui è vittima il genitore, il doc post-partum può causare fortissimi sensi di colpa, vergogna, confusione che spesso si traducono in forte alienazione e “crisi di identità” (“non sono la persona che credevo di essere.”), isolamento, depressione e in, alcuni casi, conflitti di coppia e separazioni.

Paura di uccidere il proprio bambino: il trattamento

Esattamente come le altre forme di disturbo ossessivo compulsivo, il doc post-partum è una condizione curabile. Un tipo di intervento psicologico efficace per il DOC è la Terapia Breve Strategica. All’interno di questo tipo di trattamento psicologico, una volta definito il problema e le relative tentate soluzioni messe in atto dal soggetto per cercare di fronteggiare il problema stesso, vengono fornite tecniche paradossali, prescrizioni e stratagemmi finalizzate a fornire un nuova “esperienza emozionale correttiva”, ovvero aprire al paziente una nuova “finestra” dalla quale vivere o osservare la realtà. La logica, spesso paradossale, che sta alla base del trattamento strategico per il DOC e in particolar modo gli stratagemmi fondati sulla “prescrizione del sintomo” orientati a rendere il rituale volontario, spogliandolo della sua dimensione compulsiva, aiutano il paziente a ridurre la sofferenza generata dal disturbo.

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Qui di seguito una carrellata delle paure più comuni di doc-post partum:

  • Paura di far del male, accidentalmente, al proprio bambino.
  • Paura di ferire o uccidere il proprio bambino.
  • Paura di accoltellare il proprio bambino.
  • Paura di soffocare il proprio bambino.
  • Paura di maltrattare, al punto da ridurre in fin di vita il proprio bambino.
  • Paura di perdere il controllo e annegare il proprio bambino durante il bagno.
  • Paura di buttare il bambino giù per le scale.
  • Paura di molestare, violentare, toccare o agire sessualmente nei confronti del proprio bambino.
  • Paura che una distrazione possa portare alla morte del proprio bambino.
  • Paura di avvelenare o esporre accidentalmente  sostanze tossiche il proprio bambino
  • Paura di non controllare a sufficienza il bambino mentre dorme e che possa morire a causa della sindrome della morte improvvisa (SIDS).

 

Articolo originale

Dott.ssa Simona Lauri - Psicologa Milano

Psicologa Psicoterapeuta e Coach Alimentare at Benessere Pratico
Psicologa e psicoterapeuta breve strategica. Oltre che offrire interventi di psicoterapia breve, mi occupo di coaching alimentare e sportivo.

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