Bisogno di giustificarsi: quando spiegarsi troppo diventa una trappola

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Bisogno di giustificarsi: quando spiegarsi troppo diventa una trappola

Bisogno di giustificarsi sempre e comunque! “No, stasera non riesco… è che domani devo alzarmi presto, poi ho avuto una settimana pesante e devo ancora finire alcune cose.” “Preferirei non venire, ma non perché non abbia voglia di vedervi. È solo che ultimamente sono molto stanca e…” “Non posso occuparmene io. In realtà avrei voluto, però in questi giorni ho tantissime cose da fare…”

A volte basterebbero poche parole: “No, stasera non riesco”, “Preferisco non venire”, “Non posso occuparmene”.

Eppure, per alcune persone, fermarsi lì è sorprendentemente difficile. Dopo aver espresso una scelta, un rifiuto o una preferenza nasce quasi automaticamente il bisogno di aggiungere qualcosa: una spiegazione, poi magari un’altra, e infine un’ulteriore precisazione per assicurarsi che l’altro abbia capito che non volevamo essere scortesi, egoisti, poco disponibili o disinteressati.

Spiegare le ragioni delle proprie scelte è naturalmente parte della comunicazione e delle relazioni. Il problema non è dare spiegazioni, ma ciò che accade quando iniziamo a sentire che una nostra scelta non possa essere legittima se non viene adeguatamente motivata e, possibilmente, compresa e approvata dall’altro.

Spiegare è diverso dal sentirsi obbligati a giustificarsi

Spiegare significa offrire all’altra persona alcune informazioni che possono essere utili a comprendere una nostra decisione. Giustificarsi continuamente è qualcosa di diverso, perché in questo caso la spiegazione non serve soltanto a informare l’altro: serve anche, e qualche volta soprattutto, a ridurre il nostro disagio.

Cerchiamo allora le parole giuste affinché l’altro non possa considerarci egoisti, poco disponibili, ingrati o inadeguati. Precisiamo, aggiungiamo dettagli, anticipiamo eventuali obiezioni. Vogliamo che comprenda perfettamente le nostre ragioni e che, possibilmente, arrivi alla nostra stessa conclusione: “Hai fatto bene, capisco perfettamente.”

La spiegazione diventa così una sorta di richiesta implicita di autorizzazione: dimmi che ho il diritto di fare questa scelta.

È proprio qui che può iniziare una trappola psicologica, perché più abbiamo bisogno che le nostre ragioni vengano comprese e approvate, più diventa difficile sentirci liberi di prendere una decisione che potrebbe non piacere agli altri.

Perché sentiamo il bisogno di spiegare così tanto?

Dietro il bisogno di giustificarsi possono esserci motivazioni differenti. Per alcune persone prevale la paura del giudizio: un semplice “non posso” sembra insufficiente perché lascia aperta la possibilità che l’altro interpreti negativamente il rifiuto. Per altre persone è particolarmente difficile tollerare l’idea di deludere qualcuno, mentre altre ancora sembrano avere interiorizzato la convinzione che le proprie scelte debbano avere una ragione sufficientemente importante per poter essere considerate legittime.

Questi apprendimenti non nascono necessariamente da esperienze eclatanti. Possono costruirsi lentamente, attraverso tanti piccoli messaggi ricevuti nelle relazioni significative: richieste insistenti di spiegazioni, reazioni negative davanti a un rifiuto, senso di colpa indotto quando si cerca di mettere un limite oppure la sensazione che le proprie preferenze debbano sempre essere motivate.

Se ogni volta che diciamo “non voglio” qualcuno ci domanda “ma perché?”, se un rifiuto viene accolto con “dopo tutto quello che ho fatto per te” oppure se impariamo che per essere considerati buoni, generosi o affettuosi dobbiamo essere sempre disponibili, può consolidarsi gradualmente una convinzione: volere o non volere qualcosa non è sufficiente. Bisogna avere una buona ragione.

E, possibilmente, una ragione che anche gli altri considerino valida.

A volte il problema comincia dopo aver detto di no

Si pensa spesso che chi ha difficoltà a porre dei limiti debba semplicemente imparare a dire di no. Ma la questione può essere più complessa, perché una persona può sapere perfettamente come formulare un rifiuto e può persino riuscire a pronunciarlo. La vera difficoltà può arrivare qualche secondo dopo.

“Avrò esagerato?”, “Se l’è presa?”, “Avrei potuto essere più disponibile?”, “Penserà che sono egoista?”, “Forse dovrei scrivergli e spiegarmi meglio”.

Il problema, quindi, non riguarda necessariamente la capacità di pronunciare un “no”, ma la capacità di tollerare ciò che proviamo dopo averlo detto.

Ansia, senso di colpa, paura di essere giudicati, timore del conflitto o della disapprovazione possono diventare così spiacevoli da spingerci a cercare immediatamente una soluzione. E una delle soluzioni più semplici consiste proprio nel fornire ulteriori spiegazioni.

Da un punto di vista comportamentale questa strategia può funzionare molto bene, almeno nel breve periodo. Immaginiamo di rifiutare una richiesta e di iniziare subito dopo a pensare che l’altra persona potrebbe aver interpretato il nostro comportamento come una mancanza di disponibilità. A quel punto aggiungiamo una spiegazione: “Guarda, non è che non voglia aiutarti, è solo che questa settimana ho davvero tantissimo lavoro…”. Se l’altra persona risponde “Figurati, non preoccuparti, capisco perfettamente”, il nostro disagio diminuisce.

Abbiamo quindi sperimentato qualcosa di molto importante: spiegarsi produce sollievo.

Ed è proprio questo sollievo che può mantenere il comportamento nel tempo. La volta successiva saremo ancora più portati a spiegare, precisare e rassicurare, non perché siamo incapaci di comunicare, ma perché abbiamo imparato che quella strategia riduce rapidamente un’emozione spiacevole.

Il rischio è che ciò che ci rassicura nell’immediato finisca progressivamente per renderci più dipendenti dalla rassicurazione dell’altro.

Il tentativo impossibile di controllare ciò che gli altri pensano di noi

Dietro molte giustificazioni può esserci anche un tentativo comprensibile, ma destinato a fallire: controllare l’interpretazione dell’altro.

Se riuscirò a spiegarmi abbastanza bene, penserà che sono una brava persona. Se gli farò capire tutte le mie ragioni, non potrà offendersi. Se troverò le parole perfette, comprenderà che non avevo altra scelta.

Il problema è che non funziona necessariamente così.

Possiamo essere gentili, chiari e rispettosi e qualcuno può comunque rimanere deluso. Possiamo avere ragioni perfettamente comprensibili e qualcuno può considerarle insufficienti. Possiamo comportarci correttamente e qualcuno può comunque giudicarci.

Accettare questo limite è una delle parti più difficili non soltanto dell’assertività, ma delle relazioni adulte in generale. Non possiamo controllare completamente ciò che gli altri penseranno di noi.

Possiamo controllare il nostro comportamento, scegliere le parole che riteniamo più appropriate, cercare di essere rispettosi e tenere conto delle conseguenze delle nostre decisioni, ma non possiamo garantirci l’approvazione dell’altro.

Quando il senso di colpa ci fa dubitare delle nostre scelte

Un ruolo importante nel bisogno di giustificarsi è spesso svolto dal senso di colpa.

Il senso di colpa non è di per sé un’emozione negativa o patologica. Può avere una funzione importante: quando abbiamo ferito qualcuno, violato un nostro valore o agito in maniera scorretta, può spingerci a riflettere sul nostro comportamento e, quando necessario, a riparare.

Il problema nasce quando utilizziamo la presenza stessa del senso di colpa come prova del fatto che abbiamo necessariamente fatto qualcosa di sbagliato.

Possiamo sentirci in colpa semplicemente perché abbiamo detto di no, perché abbiamo scelto di occuparci di noi stessi, perché non siamo stati disponibili come al solito, perché qualcuno è rimasto deluso oppure perché abbiamo espresso un bisogno che entra in contrasto con quello di un’altra persona.

In questi casi può essere utile distinguere due esperienze molto diverse: aver realmente danneggiato qualcuno oppure provare il disagio di non averlo accontentato.

Il fatto che un’altra persona sia dispiaciuta per una nostra scelta non significa automaticamente che quella scelta sia sbagliata.

“Se deludo qualcuno, che persona sono?”

Per alcune persone il bisogno di giustificarsi non riguarda soltanto la paura della reazione dell’altro, ma qualcosa di ancora più profondo: l’immagine che hanno costruito di sé.

Essere disponibili, comprensivi, affidabili, generosi e attenti agli altri sono qualità importanti. Possono però trasformarsi in una fonte di sofferenza quando smettono di rappresentare valori liberamente scelti e diventano obblighi identitari.

Se penso di dover essere “quella che c’è sempre”, “quello che non crea problemi”, “quella che comprende tutti”, allora dire di no non rappresenta più soltanto il rifiuto di una richiesta. Può sembrare una minaccia all’immagine che ho di me stesso.

Se non sono disponibile, sono ancora una buona persona? Se deludo qualcuno, significa che sono egoista? Se metto un limite, sto diventando insensibile?

Una semplice decisione può così caricarsi di un peso emotivo molto più grande rispetto alla situazione concreta, perché non stiamo più valutando soltanto ciò che vogliamo fare: stiamo mettendo sotto processo il nostro valore personale.

E allora spiegarsi diventa quasi una difesa. Non stiamo soltanto spiegando perché non andremo a quella cena o perché non possiamo accettare un altro incarico. Stiamo cercando di dimostrare che, nonostante quel rifiuto, rimaniamo persone buone, affidabili e degne della considerazione dell’altro.

Il paradosso delle troppe spiegazioni

Esiste inoltre un paradosso interessante. Spesso ci giustifichiamo molto perché vogliamo rendere la nostra posizione più solida, ma troppe spiegazioni possono comunicare involontariamente proprio il contrario.

“Non posso venire questa sera” è una comunicazione.

“Non posso venire perché sono stanca, ma non pensare che non mi faccia piacere, anzi avrei voluto esserci, è solo che domani devo alzarmi presto e in questi giorni…”

può trasformarsi facilmente in una negoziazione.

Più spieghiamo, più possiamo dare all’interlocutore l’impressione che la nostra decisione sia ancora modificabile. Potrebbe quindi rispondere: “Ma dai, vieni anche solo un’oretta”, oppure “Domani puoi dormire un po’ di più”.

A quel punto ci troviamo nuovamente nella posizione di dover difendere la nostra scelta. Una spiegazione ne genera un’altra, poi un’altra ancora, finché ciò che inizialmente era un semplice confine diventa una lunga trattativa.

Bisogno di giustificarsi: non significa smettere di spiegarsi

Ridurre il bisogno di giustificarsi non significa diventare rigidi, freddi o rispondere a chiunque con un secco “non devo spiegarti nulla”.

Le relazioni richiedono comunicazione, reciprocità e capacità di considerare il contesto. Se cambiamo improvvisamente un programma con il partner, è ragionevole spiegare cosa è successo; se una nostra decisione ha conseguenze concrete su altre persone, è importante tenerne conto; se abbiamo assunto un impegno, l’assertività non può diventare un alibi per sottrarci sistematicamente alle nostre responsabilità.

Il punto non è non dare mai spiegazioni, ma imparare a riconoscere quando una spiegazione serve alla relazione e quando, invece, viene utilizzata soprattutto per ottenere dall’altro quel permesso emotivo che facciamo fatica a concederci da soli.

È una differenza sottile, ma importante.

Provare a non aggiungere subito un’altra spiegazione

Un piccolo esperimento può aiutare a osservare questo meccanismo nella vita quotidiana.

La prossima volta che senti il bisogno di aggiungere una seconda, una terza o una quarta motivazione a una tua scelta, prova a fermarti qualche secondo e domandarti: “Sto dando all’altra persona un’informazione realmente utile oppure sto cercando di impedire che possa pensare male di me?”

Se ti accorgi che prevale la seconda possibilità, puoi provare semplicemente a non aggiungere altro.

Una risposta come “Grazie per aver pensato a me, ma questa volta non riesco” può rimanere esattamente così.

Non si tratta di utilizzare una formula perfetta né di costringersi a essere più duri. L’obiettivo è osservare ciò che accade dentro di noi quando lasciamo che la nostra risposta sia sufficiente. Probabilmente comparirà la tentazione di aggiungere qualcosa: “perché…”, “è che…”, “non vorrei che pensassi…”.

Quell’impulso è interessante proprio perché ci mostra la funzione che le spiegazioni hanno assunto. Possiamo imparare gradualmente a osservarlo senza doverlo seguire immediatamente.

Da una prospettiva di accettazione, infatti, non è necessario eliminare prima il senso di colpa, l’ansia o la paura del giudizio per poter agire diversamente. Possiamo imparare a fare spazio a quelle emozioni mentre scegliamo un comportamento più coerente con ciò che riteniamo importante.

Accettare di non essere sempre compresi

Forse uno dei passaggi più difficili consiste proprio nell’accettare che a volte potremmo non essere compresi completamente.

E che questo non rende automaticamente sbagliata la nostra scelta.

L’altra persona potrebbe rimanere delusa. Potrebbe non condividere le nostre ragioni. Potrebbe persino giudicarci. Se abbiamo valutato il nostro comportamento e riteniamo di avere agito in maniera rispettosa, non sempre sarà necessario correggere immediatamente quell’impressione.

Questo non significa diventare indifferenti agli altri. Significa costruire relazioni nelle quali l’attenzione verso l’altro non richieda continuamente di mettere in discussione la legittimità dei propri bisogni.

Possiamo ascoltare la delusione di qualcuno senza doverla necessariamente cancellare. Possiamo comprendere il suo punto di vista senza essere obbligati a modificarci. Possiamo dire di no e continuare a voler bene. Possiamo stabilire un limite senza trasformare l’altra persona in un nemico. Possiamo persino sentire il senso di colpa e, dopo aver riflettuto, scegliere comunque di non tornare sui nostri passi.

Quando spiegarsi meno significa ascoltarsi di più

Il bisogno continuo di giustificarsi raramente riguarda soltanto le parole.

Dietro può esserci il timore di essere giudicati, la difficoltà a tollerare il conflitto, il bisogno di approvazione, il senso di colpa oppure una storia relazionale nella quale i propri bisogni hanno avuto bisogno di essere continuamente spiegati per poter essere considerati legittimi.

Per questo imparare a giustificarsi meno non significa semplicemente parlare meno. Significa iniziare a domandarsi quanto valore attribuiamo alle nostre scelte quando non vengono immediatamente approvate dagli altri.

Essere assertivi non significa smettere di ascoltare l’altra persona e non significa considerare soltanto le proprie esigenze. Significa riuscire a tenere insieme entrambe le prospettive, senza fare dipendere continuamente la legittimità dei nostri bisogni dal consenso altrui.

A volte il cambiamento può iniziare proprio da qualcosa di apparentemente molto piccolo: pronunciare una frase, accorgersi della tentazione di aggiungere altre dieci spiegazioni e provare, almeno una volta, a fermarsi. “No, questa volta non posso.” E osservare cosa accade quando permettiamo a quella frase di essere sufficiente.

 

Simona Lauri psicologa Milano

Simona Lauri
Simona Lauri

Simona Lauri

Psicologa e psicoterapeuta breve strategica. Oltre che offrire interventi di psicoterapia breve, mi occupo di coaching alimentare e sportivo.

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