Alimentazione e contesto sociale: perché mangiamo diversamente con gli altri?

Alimentazione e contesto sociale: perché mangiamo diversamente con gli altri?

Quando pensiamo al nostro modo di mangiare tendiamo spontaneamente a considerarlo come qualcosa di personale. Pensiamo alla fame, ai gusti, alle abitudini, alla capacità di riconoscere la sazietà oppure alle emozioni che, in alcuni momenti, possono modificare il nostro rapporto con il cibo.

Eppure basta osservare ciò che accade nella vita quotidiana per accorgersi che non mangiamo necessariamente nello stesso modo quando siamo soli, quando pranziamo con un collega, quando siamo a cena con gli amici o quando ci troviamo a tavola con persone che conosciamo poco.

Possiamo mangiare qualcosa che da soli non avremmo scelto, prendere il dolce perché lo prendono tutti, continuare a mangiare perché la cena si prolunga oppure, al contrario, rinunciare a qualcosa che desideriamo perché nessun altro lo sta ordinando. In alcune situazioni ci sentiamo liberi e spontanei, mentre in altre diventiamo improvvisamente più consapevoli di quanto stiamo mangiando e di come il nostro comportamento potrebbe apparire agli occhi degli altri.

Non c’è necessariamente qualcosa di problematico in tutto questo. Mangiare è anche un comportamento sociale e il contesto nel quale ci troviamo può contribuire a orientare le nostre scelte molto più di quanto immaginiamo.

Mangiare non dipende soltanto dalla fame

Il cibo accompagna da sempre la vita relazionale. Mangiamo insieme per festeggiare, accogliere qualcuno, ritrovarci, mantenere tradizioni familiari o semplicemente trascorrere del tempo con altre persone. Ridurre il comportamento alimentare a una risposta ai soli segnali fisiologici di fame e sazietà significherebbe quindi dimenticare una parte importante della sua complessità.

La psicologia dell’alimentazione studia da tempo l’influenza delle cosiddette norme sociali alimentari, ovvero quei riferimenti, spesso impliciti, attraverso i quali comprendiamo quale comportamento sia considerato appropriato in una determinata situazione. Quando non sappiamo esattamente quale sia una quantità “normale”, ciò che fanno le persone intorno a noi può diventare un punto di riferimento.

Uno dei fenomeni maggiormente studiati è il social modeling, il modellamento sociale del comportamento alimentare: in determinate circostanze tendiamo ad adattare ciò che mangiamo, almeno parzialmente, al comportamento delle persone che ci circondano. Non si tratta di una semplice imitazione e non avviene sempre nello stesso modo, ma la ricerca mostra che l’alimentazione può essere influenzata dalle quantità e dalle scelte osservate negli altri.

Questo effetto sembra avere a che fare non soltanto con la ricerca di un riferimento su ciò che sia appropriato fare, ma anche con qualcosa di profondamente relazionale: il bisogno umano di appartenenza e affiliazione. L’influenza può infatti essere maggiore quando percepiamo l’altra persona come simile a noi o quando desideriamo sentirci maggiormente in sintonia con lei.

Il punto interessante è che tutto questo può avvenire senza che ce ne rendiamo pienamente conto.

Il comportamento degli altri diventa un riferimento

Pensiamo a una situazione molto comune. Siamo a cena e arriva il momento del dolce. Ne avremmo voglia, ma nessuno sembra intenzionato a ordinarlo e decidiamo di rinunciare. In un’altra occasione qualcuno dice: “Io prendo il dolce, chi lo prende con me?”, e improvvisamente fare la stessa scelta ci sembra più naturale.

Non è necessario interpretare questo comportamento come semplice conformismo. Gli esseri umani utilizzano continuamente gli altri come fonte di informazioni, soprattutto nelle situazioni nelle quali non esiste una risposta oggettivamente corretta.

Anche nell’alimentazione possiamo cercare inconsapevolmente una risposta a domande come: “Quanto è normale mangiare?”, “È il momento di fermarsi?”, “Gli altri stanno prendendo ancora qualcosa?”, “Sto mangiando troppo rispetto a chi è seduto con me?”.

Il confine tra ciò che sentiamo e ciò che osserviamo negli altri può così diventare meno netto. Il nostro corpo può comunicarci una certa sensazione, mentre il contesto ne suggerisce un’altra.

Ed è proprio questo incontro tra segnali interni e riferimenti esterni a rendere particolarmente interessante il rapporto tra alimentazione e contesto sociale.

Perché con gli amici possiamo mangiare di più?

La ricerca ha osservato anche un altro fenomeno, definito social facilitation of eating: in alcune condizioni, soprattutto quando mangiamo con persone che conosciamo bene, possiamo mangiare quantità maggiori rispetto a quando siamo soli.

Questo dato va però interpretato con attenzione, perché sarebbe semplicistico trasformarlo nell’affermazione “mangiare in compagnia fa mangiare troppo”.

Una cena con amici può durare molto più a lungo di un pasto consumato da soli. Possiamo avere maggiore disponibilità di cibo, assaggiare più portate, concederci qualcosa che associamo a un’occasione particolare e continuare a stare a tavola perché la conversazione non è terminata.

In questi momenti il tempo del pasto e quello della relazione finiscono per sovrapporsi. Il cibo non sta semplicemente rispondendo a un bisogno energetico: è diventato parte dell’esperienza sociale.

Questo aspetto merita attenzione soprattutto perché, in una cultura alimentare spesso dominata dalle categorie del controllo, dello “sgarro” e della compensazione, rischiamo di interpretare come problematico qualunque comportamento che si allontani dalla nostra routine. In realtà, un rapporto sufficientemente flessibile con l’alimentazione comprende anche la possibilità che una cena con amici sia diversa da un pasto consumato velocemente durante una normale giornata lavorativa.

Il piacere, la convivialità e la condivisione non sono elementi estranei a un rapporto equilibrato con il cibo.

Quando invece mangiamo meno perché ci sentiamo osservati L’influenza sociale può però agire anche nella direzione opposta. Ci sono situazioni nelle quali la presenza degli altri non ci porta a mangiare maggiormente, ma ad aumentare il controllo sul nostro comportamento.

Può accadere soprattutto quando siamo con persone che conosciamo poco o quando sentiamo particolarmente importante l’immagine che stiamo offrendo di noi. A quel punto il pasto può essere attraversato da pensieri che apparentemente riguardano il cibo, ma che in realtà parlano soprattutto della relazione con lo sguardo dell’altro:

“Sembrerò ingorda se ne prendo ancora?”

“Se sono l’unica a ordinare il dolce, cosa penseranno?”

“Se lascio qualcosa nel piatto sembrerò maleducata?”

“Sto mangiando più degli altri?”

Il comportamento alimentare diventa così anche uno spazio nel quale può manifestarsi il bisogno di sentirsi adeguati. La ricerca sulle influenze sociali nell’alimentazione ha infatti individuato diversi processi che possono agire contemporaneamente: il modellamento del comportamento altrui, la maggiore assunzione che può verificarsi durante alcuni pasti condivisi e i processi di autopresentazione, attraverso i quali modifichiamo ciò che facciamo in funzione dell’immagine che desideriamo offrire. E qui emerge un punto psicologicamente importante: non sempre ciò che sembra una decisione alimentare nasce realmente dal cibo. A volte stiamo gestendo il bisogno di appartenenza, altre volte la paura del giudizio, altre ancora il desiderio di non sentirci diversi.

Il corpo dice una cosa, il contesto può suggerirne un’altra

Il nostro organismo possiede segnali interni che contribuiscono a orientare il comportamento alimentare, ma questi segnali convivono continuamente con informazioni provenienti dall’esterno. Possiamo essere sazi mentre gli altri continuano a mangiare. Possiamo avere ancora fame quando tutti hanno già terminato. Possiamo desiderare qualcosa che nessuno sta scegliendo oppure non desiderare affatto un alimento che viene condiviso da tutto il tavolo. Il problema non è che il contesto eserciti un’influenza. Pretendere di mangiare sempre nello stesso modo, indipendentemente dalle persone, dalle occasioni e dalle circostanze, sarebbe altrettanto rigido. La questione diventa più interessante quando i riferimenti esterni assumono sistematicamente più importanza dei nostri segnali interni e finiamo per chiederci cosa sia appropriato mangiare prima ancora di domandarci cosa sentiamo. È qui che la consapevolezza alimentare può diventare uno strumento utile, non come nuova tecnica di controllo, ma come possibilità di recuperare uno spazio tra lo stimolo esterno e la nostra risposta.

Cibo, appartenenza e identità

Esiste poi una dimensione ancora più profonda. Mangiare insieme non significa soltanto condividere degli alimenti. Significa condividere rituali, appartenenze, ricordi, abitudini familiari e culturali. Molti dei nostri primi apprendimenti sul cibo avvengono proprio osservando gli altri. In famiglia impariamo cosa si mangia, quando si mangia, quali alimenti appartengono alle occasioni speciali, cosa significa lasciare qualcosa nel piatto, se è possibile dire “non ne voglio più” oppure se occorre necessariamente finire tutto. Impariamo anche, più implicitamente, quali significati attribuire al cibo. Per questo alcune situazioni possono diventare emotivamente più complesse di quanto sembrino. Rifiutare una seconda porzione preparata da una persona cara, scegliere un piatto differente dagli altri o semplicemente dire “sono sazio” può essere vissuto, in alcuni contesti, non soltanto come una scelta alimentare ma quasi come una presa di distanza. A volte non è neppure necessario che qualcuno ci critichi apertamente. Può essere sufficiente la sensazione di essere “quelli diversi”.

L’alimentazione mostra così quanto il confine tra bisogno individuale e appartenenza sociale sia continuamente negoziato.

Essere consapevoli non significa controllarsi di più

Quando scopriamo che un comportamento è influenzato da fattori dei quali non eravamo pienamente consapevoli, possiamo cadere facilmente in una nuova trappola: volerlo controllare. Potremmo pensare che, per ascoltare veramente il corpo, dovremmo riuscire a mangiare sempre nello stesso modo indipendentemente dalle circostanze, oppure che ogni volta che mangiamo qualcosa perché siamo in compagnia stiamo tradendo i nostri reali bisogni.

Ma la consapevolezza alimentare non dovrebbe diventare un’altra forma di rigidità. Quando il rapporto con il cibo diventa eccessivamente regolato da regole, divieti e bisogno di controllo, anche un comportamento nato con l’obiettivo di prendersi cura di sé può progressivamente perdere flessibilità. Possiamo mangiare un dolce perché lo desideriamo, perché è una festa o semplicemente perché ci fa piacere condividerlo con qualcuno. Possiamo mangiare un po’ più del solito durante una cena particolarmente piacevole e un po’ meno in un’altra occasione. La flessibilità comprende anche questo. Ciò che può essere utile è imparare, ogni tanto, a riconoscere ciò che sta accadendo.

Sto continuando a mangiare perché ne ho ancora voglia o semplicemente perché tutti gli altri stanno continuando?

Sto rinunciando perché non desidero realmente quel cibo oppure perché temo di essere giudicato?

Sono sazio oppure sto interpretando la fine del pasto degli altri come il segnale che dovrei fermarmi anch’io?

Non è necessario rispondere sempre con certezza. Né trasformare queste domande in un interrogatorio da ripetere a ogni pasto. A volte è sufficiente accorgersi che esiste una differenza tra scegliere insieme agli altri e lasciare che siano sempre gli altri a dirci, implicitamente, cosa dovremmo scegliere.

Osservarsi senza giudicarsi

Può essere interessante, per qualche giorno, prestare attenzione a come cambia il proprio modo di mangiare nei diversi contesti. Non occorre pesare gli alimenti, registrare quantità o stabilire se abbiamo mangiato “bene” o “male”. Possiamo semplicemente osservare. Come cambia il nostro modo di mangiare quando siamo soli? E quando siamo con persone con cui ci sentiamo completamente a nostro agio? Esistono situazioni nelle quali diventiamo più controllati? Persone davanti alle quali facciamo più fatica ad ascoltare la fame o la sazietà? Occasioni nelle quali il desiderio di condividere prevale spontaneamente sul bisogno fisiologico? L’obiettivo non è correggere immediatamente ciò che osserviamo. Prima del cambiamento viene la possibilità di riconoscere i processi che orientano il comportamento. Ritrovare uno spazio di scelta tra noi e gli altri

Mangiare insieme è una delle esperienze più profondamente radicate nella vita umana. Non avrebbe quindi molto senso immaginare un’alimentazione completamente impermeabile alle relazioni.

Gli altri possono influenzare ciò che mangiamo e noi possiamo fare altrettanto con loro. Possiamo utilizzare inconsapevolmente il loro comportamento per capire quanto sia appropriato mangiare, lasciarci coinvolgere dalla convivialità oppure modificare le nostre scelte perché desideriamo sentirci parte del gruppo.

La questione non è liberarci da queste influenze, ma diventare progressivamente più capaci di riconoscerle.

Il lavoro psicologico sul comportamento alimentare può aiutare proprio a riconoscere questi automatismi e a costruire un rapporto con il cibo nel quale consapevolezza, flessibilità e benessere possano trovare maggiore equilibrio.

[LINK INTERNO ALLA HOME: sulle parole “lavoro psicologico sul comportamento alimentare”]

Possiamo stare a tavola con gli altri, condividere il piacere del cibo e lasciarci coinvolgere dalla dimensione sociale del pasto senza perdere completamente il contatto con ciò che sentiamo.

Perché mangiare in modo consapevole non significa mangiare sempre nello stesso modo, né riuscire a sottrarsi a ogni influenza esterna.

Significa, piuttosto, riuscire un po’ più spesso a comprendere che cosa, in quel momento, sta orientando la nostra scelta.

 

Simona Lauri
Simona Lauri

Simona Lauri

Psicologa e psicoterapeuta breve strategica. Oltre che offrire interventi di psicoterapia breve, mi occupo di coaching alimentare e sportivo.

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